Mi chiamavo Teresa …

CONOSCERE …

Lucia Padovani,

Lucia Aquilù Padovani

 

gruppo coraggio b

 TRA IL DIRE E IL FARE …

 

 

 

 

 

 

La storia lontana …

Mi chiamavo Teresa, per l’esattezza Maria Teresa.

Sono nata il 14 aprile del 1896 … un ariete … e la testa dura io l’ho avuta davvero.

Me ne sono andata da questo mondo che non avevo ancora compiuto i 51 anni ed è stato l’unico momento in cui ho sentito pace vera.

Sono nata in una famiglia con principi saldi, severa, intransigente ed io ho saputo rovesciare molto bene la loro quieta quotidianità.

Un giorno gli ho detto che ero incinta … di fidanzati non ne avevo, nemmeno un flirt in quel momento. C’era la guerra, la prima guerra mondiale, i ragazzi erano tutti al fronte e quelli che erano a casa o erano malati o gravemente feriti.

Certo non mi aspettavo rose e fiori, ma non mi aspettavo nemmeno di essere buttata nel mezzo di una strada con i vestiti che avevo indosso. Mio padre e alcuni dei miei fratelli mi dissero che ero una squallida puttana, una lurida puttana, che ero la vergogna della famiglia e che in quella casa non ci sarei più dovuta rientrare.

Ricordo bene il terrore che ho provato, quella paura che ti sale dalle viscere e che ti attanaglia la gola. Lì, sul marciapiede, con le loro urla ed il loro disprezzo negli orecchi e negli occhi, è salita la rabbia. Mi hanno chiesto chi era stato, ma io non gliel’ho voluto dire … a che sarebbe servito? Non mi avrebbero mai creduta e certo non poteva esserci un matrimonio riparatore …

E la rabbia saliva, saliva, insieme al mal di testa … Dio, quel mal di testa non mi ha più mollata, non mi ha dato più pace!

Mi rivolsi in silenzio a mia madre, guardandola negli occhi … come hai potuto abbandonarmi? Perchè non mi hai difesa? E poi un grido uscì fuori dalla mia bocca: “Sono una puttana? Va bene, allora faccio il mio mestiere!”

Non me ne andai dalla città. Sono rimasta lì, nel più importante bordello di Prato, dove andavano i sognoroni, quelli che pagavano bene. Volevo che tutti lo sapessero, così la loro vergogna poteva avere davvero un senso. Per il periodo della gravidanza ho fatto cose “semplici” ed aiutavo a pulire le camere, poi ho partorito … era una bambina. Per un po’ l’ho tenuta lì, ma poi l’ho portata da mia madre. Che destino avrebbe avuto restando lì dentro? Non potevo proteggerla all’infinito e mi avrebbe vista ed ii suo cuore si sarebbe spazzato. “Lei è innocente – le dissi – prenditene cura tu finché io avrò modo di portarla via da qui”.

Lo fece … la portò a casa ed io andavo a trovarla vestita da donna perbene, prima più spesso e poi un po’ meno … era difficile per me guardarla negli occhi, ed era difficile anche accordarmi sul come e dove vederla perchè in casa io non ci sono più potuta entrare.

Nel frattempo mettevo i soldi da parte … Non penserete mica che io volessi rimanere lì? Non penserete mica che io volessi fare davvero la puttana? Certo, a suo tempo sarei potuta andare dalle suore di Santa Caterina, chiudermi in convento, partorire la bambina e darla in adozione … ma la rabbia per quello che avevo subito non mi ha abbandonata mai. Non avevo peccati da scontare, io non avevo fatto niente di male … per cosa avrei dovuto chiedere perdono e fare ammenda? No! Mi sono rifiutata di piegare la testa, mi sono rifiutata di dargli soddisfazione … a tutti! A chi mi ha condannata senza appello e mi ha lasciata sola.

E così, quando ho avuto un bel gruzzoletto di soldi, grazie ad un’amica di sventura, ho comprato una pensione per studenti universitari a Napoli. Li non mi conosceva nessuno e potevo ricominciare da capo.

Sono andata a prendere mia figlia … ma non me l’hanno data. O meglio, le hanno chiesto: “Vuoi andare con questa <signora> o vuoi restare con noi?” Che avrebbe dovuto rispondere una bambina di fronte ad una domanda del genere? La questione non si poneva nemmeno! Ha scelto loro …

Quindi sono partita per Napoli da sola, con quei due vestiti in borsa e una speranza nel cuore: ricominciare a vivere!

La pensione andava benissimo, mi sentivo felice per quello che facevo e le persone mi trattavano con rispetto, anche se una donna sola dà modo di pensare a tante cose. Ma quei chiacchiericci durarono poco, perchè conobbi una persona, un brav’uomo, che mi sposò, nonostante il mio passato … Sì, gli dissi tutto di quello che ero stata, ma lui non si smontò, né mai mi trattò male. Non gli ho mai sentito dire una parola fuori luogo, nemmeno nelle nostre discussioni. Era davvero gentile con me e mi voleva un gran bene.

Quando scoprii di avere un tumore alla testa e che non c’erano per me speranze, chiamai casa e chiesi di poter avere mia figlia con me. La risposta fu questa: “Ti farebbe comodo un’infermiera adesso eh? Troppo facile cara. Lei resta qui!”

Nessuna pietà … mai nessuna pietà per me.

Avevo bisogno di parlarci … volevo che almeno lei sapesse la verità, ormai era grande ed io avevo bisogno di liberarmi l’anima. Con un prete non sarebbe servito a niente, era lei che doveva sapere.

Quindici giorni … è stata da me quindici giorni. In quei giorni l’imbarazzo era più potente delle parole e rivederla mi fece un brutto effetto.

Era bruttina mia figlia. Una madre non dovrebbe dirlo, né pensarlo, lo so, ma era proprio bruttina. Di me dicevano che da giovane ero bellissima, gli uomini si giravano per la strada a guardarmi e quando andavo nel campo della Crocerossa insieme a mia madre a curare i soldati, molti di loro mi corteggiavano … ma evidentemente anche qualcun altro si accorse della mia bellezza … il cappellano militare … che un giorno mi portò in una tenda e fece il comodo suo! Se mia figlia fosse stata figlia dell’amore forse sarebbe stata più carina … forse no, ma non sarebbe stata così.

Lei assomigliava a suo padre … da me aveva preso solo gli occhi, lo sguardo e sicuramente non gli ha fatto piacere sapere tutta la storia. Di fatto non credo abbia mai perdonato ciò che sono stata.

Ho chiesto di essere seppellita a Prato, a casa, nonostante tutto. Ma la vergogna non li aveva ancora mollati, nemmeno trentanni dopo, ed il funerale me lo hanno fatto alle 6 di mattina, cosicché nessuno potesse vedere.

Il mio nipote di sangue non sa nemmeno dove sono seppellita, ma c’è una nipote di mio fratello che una volta l’anno viene a pulirmi la tomba e a mettermi due fiori … finti … ma meglio di niente. Almeno qualcuno si ricorda di me e oggi parla della mia vita infame, dell’orrore che ho vissuto sulla mia pelle, delle due guerre alle quali sono sopravvissuta per morire di un malaccio, ma anche del mio coraggio … il coraggio di vivere nonostante tutto!

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Studio e lavoro per 55 anni, poi ancora studio per trasmettere l'esperienza acquisita a chi la ritiene utile, senza nessun compenso materiale ...